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Le Radici dell'Orgoglio

Bernardino Del Boca: «Non c’era niente di male»

di Redazione

Bernardino Del Boca: «Non c’era niente di male»
Io c'ero

Bernardino Del Boca, antropologo e teosofo, console onorario a Singapore a ventisette anni, autore di un libro sequestrato e bruciato, racconta mezzo secolo di vita omosessuale fra il lago Maggiore, l’Oriente e Milano. Dalla sua intervista del 7 dicembre 1995.

Stresa, tredici anni

Quello che mi ha colpito per primo è successo quando ero bambino, avevo tredici anni. Andavo in campagna a Stresa, dove mio zio aveva una villa, ed eravamo molto amici di una famiglia di marchesi che aveva quel parco che adesso è diventato giardino zoologico. Quando i genitori erano in giro ci invitavano nel parco, grandi feste. Con noi c’era un ragazzo di sedici anni, campione di nuoto, che era il nostro idolo: non mi ricordo più il suo nome, si è perso nella memoria.

C’era anche un ragazzino di dieci anni, figlio di un commendatore di Milano, grassoccio e antipatico. Pare che sia andato a casa a dire al padre che quel ragazzo l’aveva toccato. Il giorno dopo abbiamo saputo che il campione di nuoto era stato trovato annegato nel lago. E invece era stato ammazzato: il commendatore, a quanto pare, aveva chiamato il suo autista e poi credo che siano scappati all’estero.

La polizia ha cominciato a indagare e ha interrogato tutti noi ragazzi, e ci siamo trovati di fronte a domande che ci hanno stupito. Noi a quel ragazzo volevamo bene, non potevamo neanche immaginare che ci fosse stato qualcosa, e credo che non ci fosse stato nulla, proprio nulla.

Il manicomio di Novara

Sul piano intellettuale mi sono interessato di omosessualità già prima di partire, perché ho collaborato con il professor Morselli, quello dell’ospedale psichiatrico di Novara, uno scienziato che per primo aveva fatto sperimentazione con la mescalina.

L’aveva provata su di sé ed era andato fuori di mente: quattro mesi in manicomio.

Quando sono riusciti a curarlo, Mussolini gli ha dato quell’istituto a sua disposizione, e lui ha chiamato me come teosofo e come antropologo perché lo aiutassi a interpretare tutti quei passaggi della mente.

In quel luogo si sentiva molto parlare di omosessualità, perché buona parte delle persone che Morselli doveva curare erano finite in manicomio per quel motivo, portate di peso dalla polizia, perché se la famiglia era un po’ abbiente non era difficile trovare uno psichiatra che diceva: «Ah, bisogna farlo curare». Ed ecco che lo portavano lì.

A questi giovani facevano l’elettroshock, gli mettevano addosso delle cose terribili.

Una volta, mi ricordo, giunto al manicomio vedo arrivare uno che aveva un tovagliolo legato attorno al viso, sembrava un coniglio. Dico: «Che cosa gli hanno fatto?». «Gli hanno fatto l’elettroshock». Quel ragazzo poi ho cercato di aiutarlo: ha voluto andare nella Legione Straniera, perché non ce la faceva più, gliene erano successe di tutti i colori.

La prima nave che lascia l’Europa

Siamo partiti nel 1946, con la prima nave che lasciava l’Europa. Ero ancora sposato, ma avevo ancora tutti questi problemi. Avevo sposato quella donna un po’ per pena, ma adesso, se ci penso, capisco che ero più innamorato del fratello.

Ho dovuto pagare il passaggio per mia moglie e per altri quattro della sua famiglia, in sterline su Londra, una cifra enorme: il denaro l’ho raccolto in famiglia e non bastava, ho dovuto chiederne a uno zio e ad altri conoscenti. Mia moglie diceva che in Thailandia c’era un nonno che ce lo avrebbe restituito. Il nonno c’era davvero, era architetto presso la corte siamese, ma si era disamorato della famiglia.

Arrivati a Bangkok quella gente si è comportata in una maniera veramente… hanno fatto truffe, sono finiti in galera. Siccome ero amico del Re del Siam e dovevo mantenere un certo decoro li ho fatti uscire dal carcere, e poi non ho più voluto avere niente a che fare con loro.

La mia famiglia era anarchica. Mio padre era molto anarchico, non di quelli che buttano le bombe… di mentalità. Mia madre era emiliana e molto religiosa, contraria a tutte queste cose: in casa c’era anche una donna che era l’amante di mio nonno, una principessa ungherese che mi ha molto aiutato, e che mia madre non accettava.

Lo studente al chiaro di luna

A Bangkok abitavo in casa di un marchese italiano, che mi ha molto aiutato in quel periodo. Lì ho fatto la scoperta della mia sessualità. In Thailandia l’amore è una cosa molto molto libera. Mi ricordo una sera: questo giovane studente, avrà avuto sedici anni, stava leggendo al lume della luna, perché lì è fortissima. A un certo punto mi è venuto il desiderio di chiamarlo.

È la prima volta che ho avuto un rapporto di carattere omosessuale, e mi ha liberato completamente, perché ho capito che non c’era niente di male.

Era una cosa quasi platonica, possiamo dire. Un ragazzino molto carino, che poi l’ho anche aiutato a fare la carriera diplomatica; è stato attaché culturale a San Francisco e poi è andato nel Laos. Ci siamo persi di vista.

Console a ventisette anni

Ho aperto il consolato di Singapore nel 1947. Dovevo fermarmi a Bangkok, poi il Ministro Costa mi ha pregato di aprirlo. Avevo ventisette anni.

Poco prima avevano rapito il console del Belgio, un vecchio signore: erano i comunisti, che quando si sono visti traditi dal governo inglese, che non li aveva riconosciuti dopo averlo aiutato a sconfiggere i giapponesi, erano tornati nella giungla e avevano bisogno di denaro.

Il governo ha pagato e l’hanno liberato, e quello ha preso la prima nave per il Belgio. La polizia era molto preoccupata per me, perché ero giovane ed ero molto conosciuto — mi avevano dato una pagina dello Straits Times che potevo gestire come volevo. Avevano paura che mi rapissero.

E allora mi hanno messo a fianco Jimmy, un mezzosangue, molto simpatico, molto sicuro di sé. Era il figlio mai riconosciuto di un principe europeo e di una donna che era stata portata a Hong Kong da un ricco cinese: quando è arrivata là ha scoperto di essere la diciannovesima moglie e, appena ha avuto il bambino, si è uccisa. Lui e la sorellina studiavano in un collegio a Singapore, e la guerra li aveva bloccati lì.

I primi tempi lo odiavo, perché ogni volta che andavamo per strada mi teneva per mano, e la mia dignità di console italiano ne andava un poco.

Poi invece mi sono innamorato di lui, anche se era una mezza puttanella e aveva anche la ragazza. Doveva sopravvivere anche lui: suo padre non l’aveva riconosciuto e non ha mai più voluto sapere niente di lui. Sono riuscito ad aiutarlo. Ci teneva a diventare steward sulle linee aeree che passavano sul Polo Nord, e faceva tutte quelle rotte, andava in Giappone e tornava, e aveva una ragazza o un ragazzo in ogni porto dove si fermava. Poi gli hanno messo un pace-maker e l’hanno messo in pensione a Londra. Continuava a chiedermi cuori d’oro, cornetti; ho cominciato a non rispondere, e così l’ho perso di vista.

Il libro bruciato

A Singapore ho scritto «La lunga notte di Singapore», perché lì scoprivo le possibilità che ci sono. L’ho firmato con uno pseudonimo, ma al processo l’autore si doveva presentare.

Mi hanno dato un premio per quel libro. Poi, quando sono andato davanti al giudice con l’avvocato che mi doveva difendere, il giudice ha detto: «Non posso fare questo processo, perché fra le persone che hanno dato il premio a questo libro c’ero anch’io». L’avvocato ho dovuto pagarlo lo stesso, perché si era già preparato tutta la difesa. L’edizione è stata bruciata lo stesso, e ne sono rimaste quaranta copie. Poi dei miei scolari sono riusciti a portare via la copia che c’era alla Braidense e mi hanno fatto le fotocopie, che sono state distribuite ugualmente.

Negli anni Cinquanta una rivista omosessuale si sarebbe potuta fare: bisognava soltanto non presentarla come omosessuale. Era la polizia il problema. La persecuzione esisteva, e ammazzavano facilmente: ho conosciuto gente in carcere proprio perché aveva ammazzato l’amante, avevano bisticciato e naturalmente era successo il fattaccio. Chiedevano troppi soldi, c’era molta miseria, e allora c’era la rivolta. Mi fa sempre una certa impressione parlare di quegli anni lì.

Gide, Cocteau, Peyrefitte

Con Gide ero già in contatto, e anche con Cocteau, perché da giovane andavo spesso a Parigi: mia sorella studiava francese, la mia famiglia ogni tanto la mandava, e io andavo a passare una settimana con lei. Cocteau è venuto a trovarmi a Novara due volte, avevamo una certa simpatia. Mi hanno chiesto di interessarmi di un poeta olandese: più che altro perché io ne parlassi. Avevano letto quel mio libretto, che secondo me era un gioco, e lo trovavano tanto poetico.

Con Peyrefitte eravamo molto amici: veniva sempre da me come antropologo, perché voleva delle fotografie, arrivava a Milano in via Zuretti, si gettava su un tappeto e stava lì. Poi è venuto un giornalista che voleva che glielo presentassi: gliel’ho presentato, siamo andati a cena assieme, e quel giornalista gli ha riferito che secondo me Peyrefitte era una portinaia. L’avevo detto senz’altro, perché secondo me era una portinaia. Da quel momento l’amicizia si è rotta. Ho ancora tutti i suoi libri con la dedica.

C'è molto materiale che aspetta solo qualcuno che lo trascriva, lo rilegga, lo metta in ordine. Si lavora da casa, con i propri tempi.

Dai una mano

La Regina d’Olanda

Dalla Regina d’Olanda ero arrivato come teosofo: mi aveva incaricato di parlare al primo congresso sulla spiritualità, a Bruxelles, e io ho parlato prima di Krishnamurti, in nome suo.

Puoi ben pensare che cosa fosse per me: Krishnamurti in quel periodo era ancora un semidio.

È lei che mi ha detto che era molto importante che si facesse l’ICSE, l’International Committee for Sexual Equality. Lei, come teosofa, al sesso dava poco valore: il sesso è come mangiare, un bisogno. E diceva: nelle famiglie nostre, nella casa regnante, quando un ragazzo arriva a quattordici anni gli mettiamo vicino subito una ragazzina, una cameriera, che possa… ecco. Invece per la gente del popolo è proibito, è peccato. Questa è un’ingiustizia. Perché al figlio di un re si dà la possibilità e a un altro no?

Ai congressi sono andato il primo anno e il secondo. Il secondo, a Francoforte, è stato una cosa schifosa, perché era in mano più che altro a dei pederasti che hanno falsato tutto e hanno fatto discorsi che non stavano né in cielo né in terra. Il tedesco lo parlo poco, mi traduceva una signora olandese, e so che le risate che ci siamo fatte a quel congresso sono state una cosa molto divertente.

L’anno dopo ci ho mandato Servadio, lo psicologo di Roma, che si è disamorato: vedeva che era tutto portato sull’omosessualità e invece doveva essere sulla libertà sessuale. L’ICSE è diventata una specie di internazionale omosessuale. Non doveva esserlo, ma lo è diventata. Io sono un teosofo: credo che si debba cercare l’armonia in tutti i problemi e togliere il male che ci può essere dietro.

Le riviste

In quel periodo a Milano c’era Pepe Diaz, che aveva questa rivista. Era un uomo in gamba, aveva capito molto bene, ed è stato il primo a pubblicare in Italia una rivista che parlava di omosessualità in maniera positiva, sdrammatizzando la situazione. Mi avevano nominato nella redazione, anche perché facevo da ponte con l’Olanda. È durata un anno o due, andava per abbonamento e in qualche edicola della Galleria.

Avevo coinvolto anche Padre Gemelli, che sembrava interessato a modo suo. Poi si è fatto eleggere direttore della rivista, e l’ha fatta chiudere subito.

Con il Cercle di Zurigo il contatto è nato da una storia di carcere. Una nave francese trasportava soldati, fra cui alcuni della Legione Straniera; quando sono stati vicino alle coste malesi alcuni si sono gettati in mare, qualcuno è morto, qualcuno si è salvato.

Come console ho dovuto andare a Kuala Lumpur, in quelle carceri che erano una specie di cesso, con un odore che non capivo neanche cosa fosse, a parlare con loro.

C’erano italiani, tedeschi, svizzeri, e in qualche modo li ho dovuti aiutare: se li riconsegnavano ai francesi li fucilavano, erano disertori.

Ho fatto di tutto per farli emigrare in Australia, sono anche andato a letto con la moglie di un console. Fra loro c’era uno svizzero che era in contatto con quelli del Cercle, e da lì mi hanno scritto.

Due anni fa sono andato ad Assago a fare una conferenza, ed è venuta una signora di Trieste: suo nipote era uno di quei ragazzi. Aveva trovato la notizia nel mio libro, si erano riconosciuti, e voleva venire a ringraziarmi. Nel frattempo però lui aveva avuto un incidente automobilistico, ed era morto.

Mi avevano chiesto di fondare una rivista italiana sul modello di «Der Kreis/Le Cercle», e non ci siamo riusciti. L’avevo già pensata e impaginata: doveva chiamarsi «Tages», non so neanche più perché le avessi dato quel nome. Ogni numero avrebbe guardato lo stesso problema da più parti — come una persona vede l’omosessualità, come la vive — in maniera che fosse una cosa globale. C’era un personaggio politico che avrebbe dovuto finanziarla e che mi aveva messo in contatto con parlamentari e ministri; quando hanno saputo che avevo quei nomi mi hanno diffidato dall’usarli.

C’è stato un periodo in cui sembrava veramente che dovessero arrestarmi: la questura mi ha chiamato per dirmi che quella persona aveva saputo che preparavo una rivista di questo genere.

Il Uitì

Il primo locale l’ho fatto fare io, è stato il Uitì. C’era questo ragazzo, mi pare si chiamasse Sergio, che faceva il barista in corso di Porta Vittoria e aveva una mansarda sopra: quando i ragazzi uscivano da San Vittore si dicevano, «Guarda che c’è questo ragazzo». Se una persona non sapeva dove andare a dormire, lui la ospitava. Avevo simpatia per lui, l’ho voluto conoscere, ed era un ragazzo molto aperto.

E allora sono andato io alla questura e ho detto: guardate che è importante che ci sia un luogo per dare un aiuto ai ragazzi che escono dalla galera.

Così è nato il Uitì, in via delle Abbadesse, nel ’52 o nel ’53. Era un bar, con la porta aperta. Di sera si beveva, c’era musica, si vedevano tutte queste marchette. Travestiti ancora no: era una cosa quasi campagnola, gente che si ritrovava per divertirsi.

Io ci portavo i miei scolari del liceo e loro erano tutti contenti: si parlava di questo problema, l’omosessualità, di come la si poteva vivere, del fatto che non c’era niente di male.

Tutti sentivano certi impulsi che avevano provato dentro di sé, e capivano che non c’era niente di negativo. Quei ragazzi mi sono rimasti legati e mi seguono ancora adesso. Più tardi il locale si è spostato in via Monviso, dalle parti del Monumentale: c’era sempre Arbasino con i suoi amichetti, c’era Alberico Sala, c’erano anche altri scrittori.

La dignità

Difficoltà particolari, per la mia omosessualità, non ne ho avute. Devo dire che la polizia ha avuto a che fare con me, ma come presidente del gruppo teosofico: durante il fascismo era proibito, e io sono rimasto sempre una persona da tenere sotto controllo, perché ero di un’associazione straniera, indiana. Qualche volta qualcuno alludeva — «Ma si dice che lei abbia dei gusti particolari…» — però non mi hanno mai fatto niente.

Ho sempre avuto la mia dignità: io mi comporto bene, non faccio niente di male.

Di tentativi per cambiare le cose ne abbiamo fatti molti. Abbiamo cercato di fare delle conferenze con Musatti, al circolo socialista di via Brera. Ci andavo anche molto volentieri perché mi pagavano bene: avevo sessantamila lire di stipendio e loro me ne davano quarantamila a sera. Se ne parlava con molta apertura, e dicevano anche loro che bisognava fare qualcosa, che bisognava parlarne. Però c’era sempre qualche cosa che frenava o che creava ostacoli.

Mi ricordo che un industriale finanziava una deputata e un giorno le ha detto: «Non ti finanzio più, perché so che tu appoggi quel tale che aiuta i carcerati, ma anche gli omosessuali». Lei è venuta subito a dirmelo.

Bisognava essere abbastanza forti da non essere schiavi di quella situazione, perché era molto facile che una persona si spaventasse e cominciasse a chiudersi dentro. Invece io, più mi davo da fare e più mi facevo conoscere.


Nota di redazione

Questo racconto è una rielaborazione in prima persona dell’intervista a Bernardino Del Boca del 7 dicembre 1995, non una trascrizione: le frasi sono le sue, l’ordine e la sintassi sono nostri.

Secondo la regola fissata per questo fascicolo, non sono stati ripresi i nomi delle persone di cui Del Boca riferisce l’omosessualità per sentito dire e che non l’hanno resa pubblica. Restano fuori per intero due vicende che toccano persone identificabili e vive nel ricordo pubblico, e un membro di casa Savoia; il nome del padre di Jimmy e quello degli stati asiatici dei sovrani di cui parla sono stati lasciati in ombra; è stato taciuto anche il nome del finanziatore svizzero del Cercle, perché nell’intervista è Del Boca stesso a chiedere di non farlo. Restano invece i nomi di chi è citato per altro, e quelli di scrittori la cui omosessualità è già pubblica.

L’episodio di Stresa — un ragazzo di sedici anni trovato annegato nel lago dopo l’accusa di un bambino — è raccontato qui come Del Boca lo ricordava a oltre sessant’anni di distanza, senza nomi e senza riscontri d’archivio. È una vicenda da verificare, non un fatto accertato.

Il protagonista

Ritratto fotografico di Bernardino Del Boca con un gatto in braccio

Bernardino Del Boca

Scheda personaggio
Antropologo, disegnatore, teosofo. Il primo riferimento italiano del movimento omofilo internazionale.

Diritti e citazione

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Come citare

Le Radici dell’Orgoglio, «Bernardino Del Boca: «Non c’era niente di male»», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/bernardino-del-boca-non-cera-niente-di-male/ (consultato il gg/mm/aaaa).

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