Cordero nona meraviglia
di Giorgio Umberto Bozzo

Un articolo apparso sul settimanale «Omnibus» ci rivela l'inattesa presenza di un artista "en travesti" nel circuito del teatro d'arte varia in pieno regime fascista
L’articolo, intitolato Cordero nona meraviglia, esce sul n. 9, datato 26 febbraio 1938, del «settimanale di attualità politica e letteraria» «Omnibus», la celebre testata fondata soltanto un anno prima da Leo Longanesi.
La firma è quella di Irene Brin1, una giovane e promettente giornalista, che dalle pagine del quotidiano genovese «Il Lavoro» – dove firmava celandosi dietro i nomes de piume Mariù e Oriane -, su segnalazione dello stesso direttore Giovanni Ansaldo, approda sul rotocalco nazionale con una rubrica che – grazie all’acume e all’invidiabile talento dell’autrice – avrebbe fatto nascere anche nel nostro paese il “giornalismo di costume”.
Una delle grandi passioni – e dei talenti! – di Irene sarebbe stato quello di raccontare alle sue lettrici e ai suoi lettori i protagonisti delle cronache mondane e dello spettacolo, con una particolare attenzione a quelli più originali, più sorprendenti.
In questa categoria deve essere inserito anche Cordero, un personaggio ibrido a metà strada tra il fantasista en travesti e la soubrette eccentrica da caffè chantant, un artista che ha senz’altro rappresentato un unicum nel nostro paese negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, in pieno regime fascista.
Se infatti i ruoli en travesti non erano un’eccezione nel teatro popolare leggero italiano dell’inizio del Novecento (si pensi ai personaggi femminili di alcune macchiette di Nicola Maldacea, ai vezzosi travestimenti del trasformista Leopoldo Fregoli, alle spiritose birichinate di Ettore Petrolini) questi erano pur sempre improntati alla rappresentazione allegorica e spesso ironica e affettata della femminilità.
Il caso di Cordero è affatto differente: la rappresentazione della femminilità nella sua arte non ha per fine la mera parodia, ma viene evidentemente vissuta con naturale predisposizione e adesione.
Difficile dire a questo punto se si tratti di una geniale singing drag queen ante litteram o di un vero e proprio artista transgender (come nel caso della celebre Giorgia O’Brien, artista trans che mosse i primi passi nel mondo dell’avanspettacolo degli anni Cinquanta).
Anche perché su di lui mancano ulteriori notizie e fonti da accostare all’articolo di Irene Brin. L’unico altro riferimento all’originale artista ce lo ha segnalato il sempre preparato Luca Locati Luciani, fondatore di quel piccolo gioiello che è il Centro di documentazione Aldo Mieli di Carrara, che in un bizzarro Manuale del Finocchio pubblicato nel 1972 da una casa editrice specializzata in fumetti osé, in un Elenco dei più noti travestiti professionisti(pag. 58 e seguenti) ha trovato una voce dedicata:
CORDERO. Uno dei più rari travestiti italiani, ebbe il suo periodo d’oro nell’immediato anteguerra. La sua bibliografia si affida essenzialmente all’articolo di Irene Brin su Omnibus di Longanesi.
Di seguito riportiamo integralmente l’articolo apparso a pagina 4 del n.9 di «Omnibus».
Così stava scritto sui cartelloni; e su ogni muro della nostra piccola città ce n’era almeno uno. Così la sera eravamo tutti al cine Savoia; vedemmo Clark, poi gli equilibristi sul tappetino, i tre buffi col cilindro sfondato e le scarpe alla Charlot, le 6 girls 6, ma tutto questo ci lascia freddi; almeno tre volte alla settimana andiamo allo stesso cinema, sappiamo a memoria tutti i giochi e i vezzi. Noi eravamo andati unicamente per conoscere Cordero.
Quando però il sipario si aprì sopra un fondale scuro e brillante, pensammo che non era ancora arrivato il turno di Cordero, che certo, come ogni grande artista, compariva solo a fine spettacolo, ed era invece il momento della cantante. Infatti sulla scena era comparsa una bella donna, grande, un po’ forte, con capelli rossi, occhi neri, braccia e spalle bianche. Che bel vestito! D’argento, strettissimo, ornato di veli neri a ciuffi, un altro velo le ricadeva sulla fronte, e nel complesso ricordava un poco Mae West, quando strizza l’occhio.
Ci furono moltissimi applausi. Avremmo voluto chiedere al nostro vicino chi era quella signora, ma non osavamo; pareva che tutti lo sapessero. Evidentemente avevamo letto male i cartelloni; forse era Anna Fougez, Lydia Johnson; che figura ci avremmo fatto a non riconoscerla?
La donna, con il piccolo cenno al maestro che testimonia la padronanza dell’orchestra, della scena, del pubblico, cominciò a cantare: cantava in francese, con giusta pronuncia e giusta tecnica, una canzone che ricordava, alla lontana, il repertorio di Lucienne Boyer; ci pareva di capire che si trattasse di una donna abbandonata, che per consolarsi fuma una sigaretta, oppure cerca un altro amante. Quando finiva una strofa, si voltava, e faceva un passeg-gino, risalendo il palcoscenico: che strascico di argento; che schiena di marmo!
Finì, tra applausi generali: applaudivamo anche noi, ma incerti, ci pareva che l’entusiasmo degli altri avesse qualcosa di esagerato, di ironico, e non capivamo perché;
pensavamo intanto di andare, dopo lo spettacolo, e magari trascurando Cordero, a intervistare la Mae West, chiederle come mai fosse capitata proprio qui, quanti anni avesse, se le piacessero i bambini, i libri e gli yachts, perché queste sono le cose che ci dissero tutte le stelle da noi intervistate.
Tornò quasi subito, era diventata una spagnola, annunciò che avrebbe cantato El reliquario, imitando, aggiunse con modestia, la grande Raquel Meller. Non crediamo davvero che Raquel cantasse meglio di lei; aveva una bella voce, calda, profonda, coltivata bene: e poi, un così bel vestito! Nero, e le spalle parevan più bianche che mai, i capelli ora eran neri, il pettine alto mezzo metro, gli orecchini di brillanti misuravano pure mezzo metro, ma in larghezza. E che movenze, che sorrisi!
Il pubblico pestava i piedi dall’entusiasmo, le si gridavano parole che non capivamo, poi lei, finito che ebbe di essere Raquel, cominciò a rispondere, con baldanza popolaresca, e diceva, mettendo la mano a ventaglio davanti al mento: «A tu!». Dopo di che, tornò vestita da napoletana, con un tenorino magro magro, che facendo orribili stecche [mentre] l’accompagnava.
Stavolta capimmo tutto: a canzone finita, inchinandosi, la donna si strappò la bella parrucca di trecce nere: aveva i capelli corti, sotto, ed era un uomo.
Quando ricomparve, aveva ancora quella testa maschile, ma giustificata dal fatto che imitava Joséphine Baker, e cantava: J’ai deux amours! Però adesso non ci piaceva più tanto, benché cantasse bene, e avesse un magnifico costume, anzi ci faceva un po’ impressione, con quella faccia tinta, quelle gambe nude, quei sorrisi.
Però ci divertivamo, restammo li ad applaudire con gli altri, a chiedere nuovi bis, e ogni volta Cordero diceva sì, andava di là per indossare abbigliamenti magnifici, e cantava proprio bene.
Quando però il galoppo finale ci mando via, ed il sipario non si rialzò più, riunimmo tutto il nostro coraggio, e chiedemmo all’inserviente di accompagnarci da Cordero: quello disse di sì, e ci portò fino alla porta di un camerino: la porta era socchiusa; lo vedemmo che si struccava, aveva già i pantaloni, metà del viso era tinta, metà no, fumava una sigaretta, aveva l’aria annoiata, stanca.
Noi stavamo lì, nascosti, un poco impauriti: lo vedemmo pulirsi ben bene, poi mettere un velo di cipria, un colpo di lapis alle sopracciglia, un poco di rosso alle labbra; infilò il gilè, la giacca, era pronto, sarebbe uscito fra poco, certamente ci avrebbe accordato un’intervista, sarebbe stato un pezzo sensazionale.
Ma, prima che si affacciasse all’uscio, cravamo già scappati via.
Però, Cordero ha voluto lo stesso mandare ad Omnibus alcuni dati della sua biografia: eccoli qui:
«Mi chiamo Juanito Cordero. Sono nato a Roma. Ho trent’anni. A diciotto anni facevo parte del celebre coro della Cappella Sistina, dove mi distinguevo per la freschezza e la potenza della voce. E questo può confermarlo Monsignor Bella, sostituto di S. E. Perosi. A ventitrè anni pensai che le mie doti artistiche potevo sfruttarle meglio e mi diedi al varietà. Gl’inizi non furono facili, ma io con grandissima volontà mi sono imposto, nonostante il genere della mia arte, molto delicato, e ciò l’ho dovuto alla mia voce (allora molto bella davvero), alla mia sensibilità e al mio gusto nel vestire e nel porgere. Ho trionfato a Roma (teatro Adriano, Casina delle Rose, ecc.), a Milano, Napoli, Genova, Torino (fui molto elogiato da Joséphine Baker), poi sono passato all’estero: Londra, Bruxelles, Parigi, Atene, Stambul, Cairo.
I miei più grandi successi all’estero sono: Parigi, Stambul e Cairo. Al Cairo circa dodici, tra giornali e riviste, si sono occupati di me con grandissimi elogi. Il giornale «Images» mi paragona ad un grande francese del genere, Barbette. In febbraio sarò sulla Costa Azzurra, poi Algeria, e poi chissà».
IRENE BRIN
1 Irene Brin (Roma, 14 giugno 1914 – Bordighera, 31 maggio 1969) è lo pseudonimo coniato appositamente dal geniale giornalista ed editore Leo Longanesi, direttore ed editore di «Omnibus», per la ventiquattrenne Maria Vittoria Rossi. Brin non avrebbe solo creato un genere ancora inesistente, che avrebbe spazzato via la pelosa prosa agiografica dei suoi predecessori, ma avrebbe fissato uno standard, un livello di accettabilità che avrebbe costretto tutti coloro che l’hanno seguita ad alzare l’asticella della qualità letteraria nel racconto della società, dei suoi mutamenti, dei suoi trend, dei suoi protagonisti. Per coloro che ancora non conoscono Irene Brin, consigliamo come primo approccio il suo Usi e costumi 1920-1940, un bellissimo libro uscito originariamente nel 1944 per l’editore Donatello De Luigi e riproposto nel 1981 da Sellerio con una nota di Lietta Tornabuoni.
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