Su 100 italiani 32 ammettono di avere rapporti con prostitute
Quando Venere è mercenaria
Politici e sociologi al convegno di Parma su «Prostitute e società» — Difficile tracciare l’identikit del cliente — I transessuali: «Siamo condannati a battere il marciapiede»
| Data | 4 dic 1983 |
| Testata | La Stampa |
| Tipologia | Quotidiano |
| Numero | 287 — anno 117 |
| Pagina | 9 |
| Autore | Franco Giliberto |
Servizio dal convegno di Parma sulla prostituzione, promosso dal comitato per i diritti civili di prostitute e transessuali dell’Emilia Romagna e del Lazio e patrocinato da Comune e Provincia.
Il titolo e l’occhiello puntano sul dato demoscopico – trentadue italiani su cento ammettono rapporti con prostitute, e venti di loro li cercano in media dieci volte l’anno – ma il cuore dell’articolo è altrove: il tavolo degli oratori è dominato dalle transessuali, che denunciano di non avere alternative al marciapiede.
«Nessuno ci dà un lavoro onorevole, le forze dell’ordine ci schedano e ci perseguitano, la grande maggioranza della popolazione ci emargina e ci umilia.»
Luciana Costanzi, transessuale romana, parla del carcere:
«Pensate che quando ci infilano in carcere, siamo isolati ed emarginati, mentre persino ai brigatisti è permesso di concepire figli in prigione».
Roberta Franciolini difende le prostitute e chiede di riformare la legge Merlin:
«La prostituzione non è una scelta di vita, ma quasi sempre una drammatica forma di sopravvivenza. È molto facile entrare, quasi impossibile uscirne. Se una prostituta vive con un uomo, lo si considera uno sfruttatore; se ha figli, glieli tolgono; non può ottenere una licenza comunale; è respinta, criminalizzata e finisce inesorabilmente nelle maglie della malavita».
Dal convegno esce anche l’annuncio di una proposta di legge dell’onorevole Violante, del Pci, per l’abolizione dell’articolo 85 sul travestimento, e con esso l’osservazione che rende il ritaglio prezioso: quella norma doveva servire contro i delinquenti, «ma mai nessun rapinatore o brigatista è stato imputato per aver usato il passamontagna o una divisa fasulla.
Gli unici a rispondere di quel reato sono finora coloro che, maschi all’anagrafe, per propensione intima vestono da donna». Il linguaggio del giornale sulle transessuali resta quello dell’epoca — descritte per aspetto e abbigliamento, con l’intervento chirurgico detto «simulatore» — ma le voci che riporta sono le loro.