Cronaca / Vita e suicidio di Mario Mieli intellettuale, gay
Così diverso, così scandaloso. Da morire
| Data | 4 apr 1983 |
| Testata | Europeo |
| Tipologia | Settimanale |
| Pagina | 16 |
| Autore | Lina Coletti |
Ritratto lungo, scritto da Lina Coletti due settimane dopo la morte. Ricostruisce l’infanzia a Lora, vicino a Como, in una famiglia ricca, borghese e cattolica — il padre industriale della seta, la madre che lo ama, tre fratelli e tre sorelle — e attinge a lungo a ciò che Mieli stesso aveva scritto di sé su «Estra», su invito di Francesco Saba Sardi. Le scuole a Como, il liceo Parini a Milano, nel 1968 sedici anni; nel 1972 ha già alle spalle due ricoveri psichiatrici, a Londra e alle Betulle nel Varesotto, da cui esce «sempre rincoglionito dagli psicofarmaci». Milita brevemente in Lotta Continua.
Il registro del pezzo è quello del rotocalco e indugia sulle trasgressioni, ma conserva episodi che altrove non si trovano: il teatro, dalla Traviata norma del 1976 al Pierlombardo e al cabaret Voltaire di Torino; la sera di via Morigi, quando un gruppo di ragazzotti con le catene lo circonda e alla domanda «Desiderate qualcosa?» risponde «Spaccarti il culo, brutto frocio», e lui li disarma parlando; Capri, in via Krupp, dove aringa i gigolò in vetrina — «Siete omosessuali al pari dei vostri clienti e non ve ne accorgete». Contro la psichiatria è durissimo: «psiconazisti», «sbirri del potere capitalistico clero-sessuale».
Gli ultimi mesi: finita l’esperienza dei Com, si ritira a scrivere il romanzo covato per sei anni, Ginéprai ovvero Il risveglio del faraone; in una crisi depressiva va all’Einaudi e straccia il contratto a bozze già pronte, poi il giorno dopo manda una lettera per scusarsi. Si impegna contro la guerra e l’atomica, e scrive un appello firmato da decine di intellettuali. Sulla morte l’articolo raccoglie letture opposte: per gli amici «l’ultimo tentativo, la volontà di un’estrema dichiarazione»; per Angelo Pezzana una fine incredibile, «l’avevo visto da non molto, era pieno di voglie di futuro»; per altri lo scarto fra una vita che nel 1970, a vent’anni, aveva un senso, e la stessa vita nel 1983. Il pezzo gli dà trentun anni, mentre la Repubblica, tre settimane prima, ne scrive trenta.