Il caso Braibanti
di Giorgio Umberto Bozzo
Il processo che non si poteva chiamare con il suo nome
Nel 1968 un tribunale italiano condanna un uomo a nove anni di carcere per aver plagiato due giovani adulti. Dietro l’accusa, che nessun magistrato era mai riuscito a portare fino a una sentenza, c’è un’altra parola che in aula quasi nessuno pronuncia.
L’articolo 603 del Codice penale punisce con la reclusione da cinque a quindici anni «chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione». È un’eredità del Codice Rocco, entrato in vigore nel 1931: la sua inclusione era stata osteggiata dalla commissione parlamentare che redigeva il codice, dagli avvocati e dalla magistratura, perché la formulazione era giudicata vaga e scivolosa. Probabilmente fu proprio quell’indeterminatezza a piacere al legislatore fascista, che si trovava così in mano uno strumento buono per colpire il dissenso. Nei primi vent’anni di Repubblica i pochissimi casi in cui un magistrato prese in considerazione l’imputazione di plagio si chiusero tutti in istruttoria, per inconsistenza di prove. Nessuno arrivò mai in aula.
Aldo Braibanti nasce a Fiorenzuola d’Arda, nel Piacentino, il 17 settembre 1922. A diciassette anni prende contatto con i gruppi universitari antifascisti; iscritto a filosofia a Firenze, aderisce a Giustizia e Libertà e nel 1943 conosce il carcere fascista. Entrato nella Resistenza, cade nelle mani della banda Carità e viene torturato a Villa Triste senza tradire i compagni; evade il 30 maggio 1944 grazie a un falso ordine di scarcerazione e partecipa alla liberazione di Firenze. Il Partito comunista gli offre più volte incarichi di rilievo, che rifiuta: vuole restare un semplice iscritto.
Sono gli anni della comune artistica del torrione Farnese di Castell’Arquato, condivisa fra gli altri con i fratelli Renzo e Sylvano Bussotti; della laurea, nel 1951, con una tesi sul grottesco; e della passione che gli resterà addosso come un soprannome, la mirmecologia, lo studio delle formiche. Carmelo Bene, che lo definirà «un genio straordinario», ricorderà il formicaio che Braibanti curava maniacalmente. Nel 1955 lascia il Pci, precisando che esce «a sinistra, non a destra», e con i fratelli Piergiorgio e Marco Bellocchio è fra i fondatori dei «Quaderni Piacentini». Dal 1962 vive a Roma, con pochi mezzi, in una stanza della pensione Zuanelli di via Montecatini.
Con lui c’è Giovanni Sanfratello, ventitré anni, conosciuto anni prima nel giro degli artisti piacentini. Giovanni viene da una famiglia cattolica e tradizionalista che non accetta né la sua scelta di dedicarsi alla pittura né il legame con il filosofo. Dal 1960 i genitori lo sottopongono a visite mediche e psichiatriche – l’Ospedale Psichiatrico di Modena non rileva alcuna patologia.
La famiglia di Giovanni è a tal punto ossessionata dalla natura del rapporto tra il filosofo e il ragazzo che arriva a mandare nella pensione romana un giovane a spiare la coppia per un mese. Il 12 ottobre 1964 il padre, Ippolito Sanfratello, deposita alla Procura di Roma un esposto contro Braibanti per plagio e sequestro di persona.
Il 1° novembre Ippolito si presenta alla pensione con due figli e un nipote, con la scusa che la madre del ragazzo è gravemente malata. Giovanni rifiuta di seguirli: i quattro immobilizzano il filosofo e lo portano via di peso.
Giovanni ha ventitré anni ed è maggiorenne – è un sequestro di persona in piena regola, sul quale il magistrato non avrà mai nulla da dire. Lo chiudono per quasi cinque mesi nella casa di cura Villa Rosa, a Modena; nel marzo 1965 lo trasferiscono al manicomio di Verona, dove subisce una ventina di sedute di elettroshock e otto di shock insulinico.
Esce il 7 febbraio 1966, a condizione di rispettare regole rigidissime: fra queste, quella di poter leggere soltanto libri pubblicati da almeno cent’anni.
L’istruttoria intanto prosegue, retta su un secondo nome. Pier Carlo Toscani, apprendista elettricista, era stato allievo e amico di Braibanti nel 1960, prima di interrompere di colpo ogni rapporto. Davanti al magistrato racconta di essere stato irretito da una «persona di grande intelletto», di aver subito un controllo totale sui propri pensieri, e di rapporti sessuali continui. La sua deposizione è ciò che consente di confezionare un’imputazione di plagio.
Braibanti viene arrestato la mattina del 5 dicembre 1967 e tradotto a Regina Coeli. Il processo si apre il 12 giugno 1968 davanti alla Corte d’Assise di Roma, presidente Orlando Falco, pubblico ministero Antonino Loiacono – lo stesso che aveva istruito il caso per tre anni. Difendono il filosofo Giuseppe Sabatini, Leopoldo Piccardi – uno dei co-fondatori del Partito radicale – e Ivo Reina.
Prendono pubblicamente le sue parti Dacia Maraini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Franco Fortini, Vittorio Gassman, Cesare Musatti, Pier Paolo Pasolini, Piergiorgio Bellocchio. Il più tenace è Marco Pannella, che per primo definisce quello del processo un «clima da Inquisizione».
In aula l’accusa costruisce l’immagine di un corruttore. «Il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome. Aldo Braibanti!», dirà Loiacono. «Quando appare lui tutto è buio». Interrogato sulle proprie idee, il filosofo non si sottrae e rivendica una visione della sessualità libera dai dogmi morali. Quando il pubblico ministero chiede a Sylvano Bussotti, teste della difesa, se sia omosessuale, il presidente non ammette la domanda – ma il processo ha ormai preso quella direzione.
Nell’arringa Piccardi avverte la corte: «Questo non può essere né un processo alle idee, né un processo all’omosessualità. L’ultimo giudizio del genere fu quello contro Oscar Wilde e risale a 73 anni fa». E ancora: se Braibanti fosse condannato, l’articolo 603 resterebbe nel codice «come un proiettile inesploso che può scoppiare in qualsiasi momento e contro qualunque cittadino». Loiacono chiede quattordici anni, uno in meno del massimo.
La sentenza arriva alle due di notte di domenica 14 luglio 1968, dopo sei ore di camera di consiglio: nove anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. In aula scoppia il tumulto, i disordini proseguono fuori dal palazzo di piazza Cavour e servono le volanti per far allontanare giudici e testimoni dell’accusa. Un gruppo di giovani, molte le donne, grida «vergogna».
Nel 1969 Bompiani pubblica Sotto il nome di plagio, con scritti fra gli altri di Moravia, Eco e Musatti. Il processo d’appello, il 27 novembre dello stesso anno, conferma la condanna ma la riqualifica come «tentativo di plagio» e riduce la pena da nove a quattro anni, due dei quali condonati in virtù del suo «passato di combattente per la Resistenza, di torturato per la causa della libertà». In aula c’è anche un rappresentante di Amnesty International. Braibanti esce dal carcere il 7 dicembre 1969.
Il reato di plagio sopravvive ancora dodici anni: lo cancella una sentenza della Corte costituzionale nel 1981.
All’inizio del 1979, nel numero 20 del gennaio-febbraio della rivista «Lambda» esce un’intervista a Aldo Braibanti realizzata dal direttore responsabile Felix Cossolo.
Del filosofo il grande pubblico perde le tracce fino al 1987, quando un gruppo di artisti e intellettuali firma un appello perché gli venga riconosciuto il vitalizio della legge Bacchelli: vive in ristrettezze estreme. L’appello viene rilanciato nel 2003 dai deputati Franco Grillini e Giovanna Melandri, e il vitalizio arriva nel 2006. «Quel processo non era per plagio», commenterà Grillini, «ma contro l’omosessualità».
Aldo Braibanti muore a Castell’Arquato il 6 aprile 2014.
La vicenda è stata ricostruita da Virginia Finzi Ghisi in Il caso Braibanti (Libreria Feltrinelli, 1969), Gabriele Ferluga in Il processo Braibanti (Zamorani, 2003), dal documentario Il caso Braibanti di Massimiliano Palmese e Carmen Giardina (2020) e dal film di Gianni Amelio Il signore delle formiche (2022).
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Le Radici dell’Orgoglio, «Il caso Braibanti», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/il-caso-braibanti/ (consultato il gg/mm/aaaa).
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