Luigi Gianoli: «Non ho mai taciuto niente»
di Redazione
Luigi Gianoli, giornalista della «Gazzetta dello Sport» e critico musicale, ufficiale di Savoia Cavalleria in Russia, racconta settant’anni di vita omosessuale a Milano. Dalla sua intervista del 24 luglio 1993.
Tredici anni
A tredici, quattordici anni sapevo già che mi piacevano gli uomini invece che le donne. Naturalmente la cosa ha avuto le sue difficoltà a manifestarsi con chiarezza: prima c’era il gioco della finzione, accompagnare queste ragazze, queste signore, restando perfettamente al di fuori di quello che poteva essere il rapporto. Però appena trovavi un ragazzo o un uomo con cui c’era intesa ci andavi subito insieme, e si cercava il posto.
Mi dicono sempre che negli anni Venti e Trenta scoprirsi omosessuali doveva essere terribile. Non era così. Era tutto taciuto, tenuto sottotraccia, però passava: era come una tessera, un segno di riconoscimento che ti passavi sottobanco. Io lo dichiaravo tranquillamente e non ho mai avuto problemi, proprio nessuna difficoltà. Il fascismo non ha mai fatto violenza contro di noi, che io ricordi; facevo la mia vita benissimo, e gli amanti li trovavo di qua o di là.
Quello che mancava non erano le occasioni. Era la parola. Omosessuale era una parola troppo difficile, non la usava nessuno. Si diceva pederasta. Oppure culo. E c’era quella famosa idea, che se uno andava con un pederasta poi diventava pederasta, e non c’era altro da fare.
Il cinematografo, luogo di delizie
Di locali non ce n’erano. Non esistevano, perché sarebbe stato subito scandalo. Al massimo qualcuno dei bar famosi del centro, dove fuori c’erano sempre uno o due tavoli dove finivano per sedersi tre o quattro signori più o meno mascherati. C’era invece il cinematografo, e il cinematografo era un luogo di delizie.
A Napoli era una cosa sublime, perché c’erano vecchi teatri d’opera con i palchetti. Vi si andava tranquillamente e trovavi marinai, trovavi il soldato, non c’era nessuna preoccupazione: lo dicevi subito all’inserviente, «Guardi, io preferirei trovare un militare, preferirei trovare un nostromo». Poi naturalmente era tutto finto, tutto falso, e lui ti portava uno dicendo «Guardi, questo qui è un nostromo».
Ma Napoli era una delizia: facevi un amante di qui e un amante di là e andavi avanti così, divinamente.
A Milano c’era il cinema Dal Verme, la parte superiore, ed era proprio fatta apposta. E c’era la Scala: il loggione della Scala era un luogo d’incontro fra i più frequentati, si andava dietro una tenda e si faceva l’amore, così proprio.
Poi c’erano i cinemini, come quello di corso Buenos Aires che allora si chiamava Cinema Venezia, dove entravi e trovavi subito quello che era pronto.
C’erano alberghi dove potevi prendere una stanza e salire col ragazzo e facevi quello che volevi; lasciavi giù la carta d’identità. Erano verso il centro, e lì eri sicuro, perché all’occorrenza ti avvertivano, correvano su: «State attenti, è arrivata la polizia». Il pericolo era quello. E allora bisognava farsi trovare a giocare a scacchi.
Gli arresti, quando c’erano, erano di quello che al cinematografo prendeva in mano l’uccello magari di un poliziotto.
Il treno per Canzo
I dintorni di Milano allora erano splendidi. Fuori di Città degli Studi cominciava già il prato; andavo a Monza col tram, e quei paesi – Greco e quegli altri che sono tutta una fila – erano proprio paesi precisi, intorno avevano campi meravigliosi, si vedevano i cavalli che trascinavano i carri pieni di foraggio.
Dall’altra parte c’era la Brianza, che era stupenda, poi hanno rovinato tutto. Tante volte andavo su a Canzo, si prendeva il treno. Sul treno ho trovato un sacco di ragazzi e anche di uomini: si allungava la mano e non c’erano grandi difficoltà.
C’era una segretezza, ecco: questa era la cosa. Una segretezza che poteva anche dare un po’ di fastidio, perché non ti potevi mai sfogare, dovevi sempre tenere tutto chiuso dentro di te. Però c’erano tutte le possibilità di incontrare chi volevi.
I due fratelli del terzo piano
La prima volta furono due ragazzi che frequentavano casa mia, due fratelli, figli di una signora che stava al terzo piano, e che erano tra l’altro molto belli. Avevano diciassette, diciotto anni. A uno piacevano anche i cavalli e veniva spesso con me alle corse. Si lasciava fare tranquillamente, anche se aveva la ragazza. Poi venne anche il fratello, che era più saporito, un uomo più saporito, e che era un po’ più difficile da fare, ma quando si lasciava andare era più divertente.
E insieme venivano i pensieri: in fondo, cosa faccio? Vedo tutti che vanno con queste donne, e io rinuncio a questo? Devo fare lo sforzo? Ogni tanto arrivavano queste scioccaggini, perché non c’era nulla di chiaro intorno a noi; e quindi avevamo sempre questa paura, questa segretezza.
Porta Ticinese
Poi c’era la famosa Porta Ticinese, che era un luogo delizioso, soprattutto quando veniva carnevale: allora si scatenavano tutti. C’erano questi uomini maturi, anche vecchiotti, che andavano in giro travestiti in una maniera ridicola. Me ne ricordo uno che aveva un bambino finto in braccio, che faceva la pipì e faceva i lamenti, e lui diceva: m’han mis a studià de vergine. Pensa l’idea: mandarla a studiare da vergine.
Era carnevale, sì, ma poi andava avanti tutto l’anno: una volta che ci si era conosciuti e smascherati, ci si andava a trovare nei diversi bar. Avevamo proprio una serie di luoghi dove ci si trovava, e andavano benissimo.
Alla Rossa, vicino alla chiesa rossa, c’era questo ristorante con bar, tenuto da una padrona lesbica, una donna autorevole, col sigaro, che teneva con sé una ragazzina di quindici anni e la mandava a servire ai tavoli.
Una sera mi ero seduto per prendere un caffè e lei viene e mi dice: «Cosa viene a sedersi qui, che hanno appena ammazzato uno, adesso arriverà la polizia». «Ah, va bene, grazie.» Però io avevo voglia di quel caffè. E allora: «Va bene, resti qui, dopo glielo dico io dove andare». Mi faceva andare via, mi aiutava. Era molto brava.
Savoia Cavalleria
Nel ’39 entrai in cavalleria, nella Savoia. Per scelta mia, e poi perché in casa mia erano tutti portati verso i cavalli. Andai in Jugoslavia e poi in Russia, a cavallo, finché i russi arrivarono fino al Don e ci caricarono: il 24 agosto ci fu quella famosa carica che frenò la loro avanzata, e con la quale si chiude il libro che ho scritto.
È un libro curioso, perché è tutto normale, mentre invece stiamo andando verso questa guerra di cui non ci importa niente: eravamo in guerra come se stessimo facendo un cross-country, in cui c’era della gente che sparava e che dava molto fastidio.
Una cosa non l’ho scritta. Avevo trovato uno stalloncino russo, una cosa da impazzire dalla bellezza, e spesso lo montavo al posto del cavallo di carica; solo che era un cavallo furibondo, mi pigliava la mano, e due volte sono entrato dentro lo schieramento russo. Creavo un tale stupore che non sparavano: dicevano, cosa sta facendo questo qui. E io ero lì che tiravo tiravo tiravo, finché con una grande conversione riuscivo a venirne fuori. Non l’ho nemmeno raccontato, se no sembra di volersi autoincensare.
Nel libro c’è un rapporto larvato fra un ufficiale e l’autore, che sono io. Qui lo avverte solo chi ne sente il profumino. Essendo lui morto, non ho potuto insistere sulla cosa: è tutto lasciato così. Era un uomo magnifico, splendido, estremamente affascinante. Era tenente e io sottotenente, quindi quasi pari grado. D’origine romana, la sorella a Roma, i fratelli a Roma, e una casa fra Bologna e Firenze. Aveva queste donne in Jugoslavia, questa bellissima donna in Russia che era un capolavoro, e ogni tanto intratteneva con me questo rapporto. Io ero molto innamorato.
A letto era soltanto voltato dall’altra parte. Era di quel tipo lì: vuole essere preso, stretto, ma non interviene mai dal punto di vista amatorio, raramente ti bacia, raramente ti stringe; vuole essere lui, questa donna voltata.
È una certa sofferenza per chi ama, perché un uomo così non ti concede quasi nulla e a un certo momento ti viene una rabbia! Ne ho conosciuti parecchi di quel genere, tutti sposati, tutti con figli, e però con questo bisogno assoluto.
Come si faceva, fra ufficiali
Le allusioni e le intese a questo tipo di rapporti giravano con ironia, con goffaggine, l’argomento veniva sempre toccato in un modo particolare, oserei dire con garbo, con gusto. Chi voleva entrare nel gioco non aveva difficoltà; chi non voleva lo si lasciava per conto suo, e non si facevano tentativi di addomesticamento. Chi aveva voglia aveva voglia, chi non ne aveva stava nel suo brodo. Il pericolo era semmai chi entrava solo per fare sguaiataggini: la sguaiataggine, l’ironia pesante.
Ero visibilmente omosessuale anche in cavalleria, tranquillamente, e gli altri ufficiali non facevano problemi. C’erano molti ufficiali anche superiori che trattavano la faccenda con dignità e nello stesso tempo con larghezza, come un fatto normale che poteva accadere.
Anche quelli abbastanza ruvidi nel comando, una volta che sentivano queste cose, capivano perfettamente: sì, quello è omosessuale, dicevano, hanno maggiore sensibilità, quindi va rispettata quella sensibilità. Punizioni, nessuna. Pressioni, nessuna.
I soldati non li ho mai fatti. Non per una questione di principio o di stile: potevo averne a decine. Un po’ perché ero innamorato di quell’ufficiale, un po’ perché non trovavo utile né conveniente andare verso il soldato, il quale poi avrebbe parlato.
Una volta partii con quindici cavalieri per una cittadina a centocinquanta chilometri di distanza, in mezzo alla steppa, nella neve, sottozero, con la tormenta, in una zona dove i russi erano già passati, avevano già sfondato. Quando radunai i militari e stavo per montare a cavallo, lui arrivò di gran corsa, davanti a tutti, per abbracciarmi e baciarmi, e raccomandarmi di stare molto attento, di non farmi prendere assolutamente.
Morì a Roma, nella difesa di Roma, falciato là alla Piramide: lo stato maggiore era già a Viterbo, e quelli erano lì che difendevano la zona sud della città. Peccato, perché era un uomo molto intelligente, simpatico. C’è un episodio che mi ha raccontato la sorella: quando andava a trovarlo al cimitero trovava sempre una rosa, portata da qualcuno. Finalmente scoprì che era una donna, la madre di un ufficiale che lui aveva salvato mandandolo indietro in un’altra zona. Quello era rimasto vivo, e la madre andava a portare quella rosa.
La guerra fu un’esplosione
La guerra fu un’esplosione enorme di omosessualità. Si facevano tutti, in guerra: be’, allora facciamo l’amore! Le donne non c’erano, erano difficili da trovare, e poi dislocati in Jugoslavia, dislocati in Russia… La guerra stessa aveva condizionato la cosa, aveva portato questa inclinazione a essere considerata quasi normale: cosa possono fare, non trovano le donne, trovano questi compagni e si fanno. A Milano il periodo bellico è stato il trionfo dell’omosessualità. Erano serate di grande tripudio, perché si incontravano tutti.
I cinque anni più angosciosi
Poi, improvvisamente, nel dopoguerra ti ritrovi sperduto… I cinque anni dal ’45 al ’50 sono stati i più angosciosi per noi: angosciosi dal punto di vista economico e anche dal punto di vista mentale. Ci siamo trovati davanti a una nazione che stentava a rimettersi in piedi, eravamo come quegli insetti che schiacci a metà e che si muovono ancora, poverini.
Incontrare uomini che ci stessero era ancora abbastanza facile, bastava aprirsi un momentino; ma si era perduta quella libertà assoluta che la guerra aveva provocato.
Era arrivata la pressione. Il maccartismo vibrava anche qui: i gabinetti erano sempre sorvegliati, e se potevano pescavano subito qualcuno. Prima i vespasiani erano puliti, erano posti dove ci si poteva incontrare bene; poi divennero sporchi e ignobili. A Milano ce n’era uno proprio dietro il Duomo, che era nascosto, e lì arrivavano tutti, e si trovavano anche i mascalzoni: cercavano di borseggiarti, di metterti in difficoltà, adesso ti denuncio. Era pericolosissimo.
Bisognava allora farsi un amico, però per avere l’amico bisognava avere la stanza, e i mezzi non c’erano. E se anche avessi affittato una stanza per trovarmi con qualcuno, il portinaio avrebbe cominciato subito a far zizzania e alla fine a far arrivare la polizia. Cosa poteva succedere? Tutto.
Allora non c’era ancora la droga, però cominciavano a dire: chissà cosa fanno questi qui, avranno rubato; si trovano sempre alla tale ora, indubbiamente vanno a letto insieme.
E allora tutti lì a vedere, perché nella mentalità di quel periodo era un’infamia. Non c’era pietà, non c’era niente.
Le lettere che arrivavano alla «Notte» erano una cosa vergognosa, perché il direttore era un ex fascista di puro sangue e il giornale in certi momenti era infernale, trovava in ogni momento l’omosessuale che aveva qualche colpa. La stampa marciava su queste cose perché si metteva dalla parte dei più. E i vicini scrivevano: indecenza, questi qui tutte le sere vanno lì a fare cose immonde. Ma non c’erano i bar, non c’erano i ristoranti, non c’erano luoghi dove ci si potesse trovare decentemente. Quello che prima avveniva nei parchi adesso avveniva nei gabinetti; ed erano immondi proprio per l’immondizia del luogo, e quindi trascinavano anche l’omosessualità a quel livello, la coinvolgevano in quei turpi luoghi. Anch’io li frequentavo, ma sapevo che razza di orrore erano.
I luoghi d’incontro sono cominciati dopo, nel ’60, nel ’70, quando è esplosa la ribellione omosessuale, guidata da persone intelligenti che cominciarono a parlare anche in televisione. Ebbero un grande coraggio, di fronte a una popolazione che era tutta contro. Perché vedi: il piccolo borghese, l’impiegato, quelli sono tutti ostili in una maniera strepitosa, proprio per cortezza di pensiero, per non lasciarsi andare, per non intravedere altro. E siccome è il trionfo del piccolo borghese, questa ostilità più o meno latente c’è sempre.
Il giornale
Mio padre era giornalista, proprio alla «Gazzetta dello Sport», e quindi fatalmente sono entrato lì, perché scrivevo abbastanza bene secondo il giudizio altrui. Quando tornai, nel ’45, proprio nel ’45, trovai Bruno Roghi, che mi disse: adesso io divento direttore della Gazzetta, vai subito là e firma, che ti voglio dentro. Avevamo avuto una notevole amicizia, lui grande appassionato di cavalli e grande appassionato di musica: eravamo sulla stessa lunghezza d’onda.
Poi nel ’46 mi chiamarono all’«Italia», il giornale cattolico, per fare la critica musicale, e lì ci stetti vent’anni: vent’anni di critico musicale godendomi tutta la Scala, meravigliosa nella rinascita del melodramma portata avanti da quei grandi direttori d’orchestra.
Quando l’«Italia» diventò l’«Avvenire» lasciai, anche perché il lavoro alla «Gazzetta» era diventato enorme.
Dal momento che era un periodo di grande moralità, da parte della Chiesa e della Democrazia cristiana e lavorando in un giornale cattolico non ne parlai e non dissi nulla; né loro mi chiesero niente. In fondo era l’autorità della mia scrittura a fare in modo che dovessero stare tranquilli: non potevano prendermi in giro o fare gli spiritosi.
Alla «Gazzetta» scrivevo di cavalli, e poi di ciclismo: ho fatto diversi Giri d’Italia e anche un Giro di Francia, facevo le città e i posti dove la corsa si fermava, e mi sono divertito enormemente, perché io per scrivere bene devo essere gioioso. E poi molto tennis, e due viaggi in Australia per la Coppa Davis, quando andammo con Pietrangeli e Sirola e vincemmo la semifinale.
Visconti
Luchino l’ho conosciuto prima alle corse, perché aveva cavalli da corsa ed era un puntiglioso spaventoso; allevò anche dei buonissimi cavalli, mi ricordo Coca-Cola, che vinse molte corse, perché lui era perfezionista. Poi smise e si dedicò al cinema, e fece quel primo film che allora creò tanto scandalo: più scandalo non esisteva.
Intorno a lui si aggirava tutto un mondo di ragazzi splendidi, e faceva scelte molto rigorose. Però aveva un carattere impossibile, un caratteraccio orribile, una prepotenza che gli veniva dal fatto di avere nobili natali: quando in America gli chiesero perché facesse questo, o perché avesse fatto quello, lui rispose, «Guardate, è troppo difficile spiegarvelo, noi siamo stati duchi di Milano nel Duecento, quindi voi adesso non siete nessuno. Basta».
Non tutti gli amanti che gli sono stati attribuiti erano suoi, peraltro: ce ne sono stati parecchi che non vollero.
So una cosa stupenda di lui. A Moltrasio avevano un molo che andava avanti a lungo e finiva con due piccole rotonde. Lui e un cugino, che non era assolutamente della congrega, avevano inventato questa cosa: nudi completamente, si incipriavano in maniera da sembrare delle statue, e si mettevano uno su una rotonda e uno sull’altra; e mentre passavano le barche, lentamente si giravano. Io trovo che sia di una bellezza, aver inventato una cosa così: queste due statue che erano loro due, bellissimi.
Quando giravano il Gattopardo, in Sicilia, andai a trovarli. Faceva delle scene stupende, però ci voleva tutta la mattina per far fare una data movenza a un attore, o per spostarne un altro, mentre quelli dell’orchestrina dovevano stonare quella data nota, perché doveva essere stonata.
Di Senso mi disse: pensa, se io avessi potuto avere i personaggi che volevo. Voleva la Bergman e Marlon Brando: immagini con quei due lì. E l’ho fatto con l’Alida Valli, molto brava, però. Dovette anche cambiare il finale. Nel racconto di Boito – che è scritto in una maniera meravigliosa – quando la protagonista viene via dopo aver visto la fucilazione, incontra l’ufficiale boemo, il quale le tira su la veletta e le sputa in faccia. Gli dissi: «Perché non l’hai fatto? Era così, il finale più logico, meraviglioso». E lui: «No, sarebbe stato intollerabile per il pubblico».
Quello che non ho scritto
Nello sport l’omosessualità è un fenomeno diffuso. Le voci giravano, si sapeva di molti calciatori; e fra i miei amici del tennis sapevano tutto, regolarmente. Ma io non li ho mai toccati. Anzi, indagai e poi sorvolai, perché non mi piaceva dover scrivere in pubblico una cosa simile. Magari qualche volta un profumino che passa, ma non di più. Siccome dovevo intervistarli, non ho mai tentato nulla.
C’era un calciatore, molto bello, di una bellezza affascinante, un omaccione, con un amante che partiva da Milano in aereo per andarlo a trovare. La sua omosessualità era notoria. Mi diceva: «Sa, quando sono in campo mi chiamano col mio nome al femminile, per offendermi». Era proprio esasperato da questa cosa, e lo capisco. Ma io non entrai.
Quello che non sopportavo
Il travestito mi faceva orrore: io cercavo il maschio, l’uomo. Prima della guerra il travestitismo non era un fenomeno apparente, ci faceva un po’ senso, non c’era la mentalità che poi è debordata. E oggi la fatuità del legame è stata portata ai vertici dai viados: ci vanno insieme perché sembrano una donna, e così si mettono a posto la coscienza – fanno tutto quello che farebbero con un uomo, però quello ha delle finte tette, ha delle mutandine da donna, e allora hanno la coscienza a posto.
Questa è la cosa peggiore, perché così non si arriva mai al punto giusto, a dare una santità (sic!) a questo rapporto fra uomini: ci dev’essere sempre di mezzo uno che assomiglia a una donna, e allora giustifica tutto.
Invece alle volte si forma un legame profondissimo. Conosco una persona, qui a Milano, che adesso parte e va a fare le vacanze in Umbria, dove c’è la tomba di un suo amico defunto al quale è ancora legato, moralmente e cerebralmente: ci va a passare una settimana per stargli vicino, per ricordarlo e offrirgli ancora tutto il suo affetto. Questo passa oltre la morte. Queste cose qui sono veramente splendide.
I cavalli, e le bisnonne
Il cavallo è un animale sublime, direi una specie di genio del mistero, perché con noi ha rapporti eccezionali. In guerra montavo Zecchino, il cavallo da carica, paziente, buono, un angelo; e però amavo di più quel russo, che era matto – no, matto no, poverino: era generoso.
[Mi mostra delle foto e dei disegni] Questa è la mia bisnonna dalla parte maschile, Isabella Galletti Gianoli, che aveva un’estensione tale da poter cantare una sera, nella Norma, la parte di Adalgisa, e la sera dopo la parte di Norma. Doveva andare in Egitto per l’Aida, proprio la prima: aveva la parte di Aida, era un soprano drammatico e aveva già studiato con Verdi. Soltanto che non poteva sopportare il mare, e dovette cedere. E quello è un pastello della mia bisnonna dall’altra parte, Stanislava, la polacca. Venivano in Italia per imparare a cantare e a dipingere. Le tradizioni di casa erano il canto e il giornalismo.
Non ho mai taciuto
Situazioni fastidiose si finisce sempre per trovarle: c’è uno che ti dà fastidio, o che vuole più danaro di quello che ha ricevuto, o che finge di volerti denunciare e poi alla fine non denunciano mai, perché sono i primi ad aver paura. Però al momento certo non si rimane bene.
Io ho passato solo qualche piccolo guaio, piccolissimo, che adesso non mi ricordo nemmeno. E nel mondo del giornalismo, dove ho fatto la mia professione, niente: anzi, direi il contrario. Qualcuno scherzava, qualcuno giocava sulle cose, ma in genere è sempre stato tutto molto tranquillo.
Quando ho accettato una forma di trasparenza della mia omosessualità? Sempre. Sempre, non ho mai taciuto: un po’ scherzando, all’inizio. E siccome non ho mai taciuto niente, tutto è andato con la massima tranquillità.
Questi sono i miei ricordi. Naturalmente sono un po’ offuscati, col passare del tempo.
Nota di redazione
Questo racconto è una rielaborazione in prima persona dell’intervista a Luigi Gianoli del 24 luglio 1993, non una trascrizione: le frasi sono le sue, l’ordine e la sintassi sono nostri. Non sono stati ripresi i nomi delle persone di cui Gianoli riferisce l’omosessualità per sentito dire o per conoscenza diretta, quando quelle persone non l’avevano resa pubblica: un attore, un calciatore, un direttore di giornale sportivo, un aristocratico milanese. Resta il racconto, senza il nome. Restano invece i nomi di chi è citato per altro – colleghi, tennisti, la bisnonna cantante – e quello di Luchino Visconti, la cui omosessualità è parte acquisita della sua biografia pubblica.
I giudizi di Gianoli sui travestiti e sui viados sono suoi e del 1993. Sono stati lasciati perché un archivio che tiene solo le opinioni che gli somigliano non è un archivio.
Fotografia: profilo dell’Ippodromo del Visarno; autore non identificato. L’identificazione del ritratto proviene dalla stessa fonte.
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Come citare
Le Radici dell’Orgoglio, «Luigi Gianoli: «Non ho mai taciuto niente»», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/luigi-gianoli-non-ho-mai-taciuto-niente/ (consultato il gg/mm/aaaa).