La pagina di Nanda
di Giorgio Umberto Bozzo
Fernanda Pivano firma una rubrica sul «Fuori!» dal numero zero, e tredici mesi dopo spiega pubblicamente perché smette
Il numero zero di «Fuori!» porta la data di dicembre 1971 e comincia a circolare solo dal gennaio successivo, distribuito a mano. Dietro c’è il gruppo nato a Torino pochi mesi prima, che è il motore dell’operazione; ma materiali da pubblicare vengono chiesti anche agli altri gruppi, di Milano e di Roma. Non dobbiamo dimenticare che siamo ancora in un paese dove la parola omosessuale, sui giornali, compare quasi soltanto nelle pagine di cronaca nera.
A pagina 19 di questa prima uscita c’è un articolo con una firma di prestigio: Fernanda Pivano. E non è un intervento isolato: è una vera e propria rubrica, con una testata sua. Una fotografia di Pivano, le parole «La pagina di» e, al posto del nome composto in tipografia, la sua firma autografa. Un giornale che non ha quasi nulla sceglie di spendere mezza pagina per darle un logo.
Pivano ha cinquantaquattro anni ed è molto nota in ambito intellettuale e letterario. È la donna che ha tradotto in italiano l’Antologia di Spoon River — edizione parziale nel 1943, in piena guerra, completa nel 1947 — e poi Hemingway, Fitzgerald, Kerouac, Ginsberg.
È, si può dire, la persona attraverso cui l’Italia ha letto mezzo Novecento americano. Mettere quella firma su quel foglio, nel 1971, non le porta nulla. Anzi, la espone a critiche e incomprensioni. Ma lo fa lo stesso, e lo rifarà per altri due numeri.
Tre articoli, non quattro
I pezzi sono tre. Il primo esce sul numero zero e viene poi ristampato tale e quale sul numero 1 (giugno 1972, p. 14). Racconta una cosa molto concreta: come il Gay Liberation Front di New York abbia risolto il problema dei soldi organizzando feste da ballo. Duemila volantini distribuiti senza speranza, più di cinquecento persone alla prima danza del 16 agosto 1969, il biglietto a un dollaro e mezzo e chi non ce l’ha entra lo stesso, le bibite a venticinque cents.

Il secondo, «Gli omosessuali, la sinistra, e la nuova sinistra negli U.S.A.», esce sul numero 2 (luglio-agosto 1972, p. 13).

Il terzo, «G.L.F., G.A.A. & altri Gay», sul numero 3 (settembre 1972, p. 11): una mappa dei gruppi omosessuali newyorkesi, chiusa da una nota sull’etimologia della parola gay.

La testata non sta sempre nello stesso posto: sul numero 1 e sul numero 2 apre la pagina, sul numero 3 la chiude, stampata in fondo sotto l’articolo; e la fotografia di Pivano cambia ogni volta. Sempre sul numero 2, accanto al suo pezzo, esce anche una poesia di Allen Ginsberg: la redazione riceverà moltissime lettere per quelle due cose insieme.
Documenti, non modelli
Sarebbe comodo leggere queste pagine come il canale attraverso cui l’America spiega all’Italia che cosa fare. Non è quello che succede, e soprattutto non è quello che lei propone. Pivano non porta un modello: porta documenti, con il mestiere della traduttrice — date, cifre, nomi, e le fonti dichiarate una per una, «Gay Power», «Village Voice», «Plain Dealer» — e lascia al lettore italiano il compito di farne quello che crede.
E i documenti che porta non sono agiografici. Nel pezzo sulle danze annota il dogmatismo degli organizzatori e le formule marxiste che «rimbalzavano da fronti senza rughe»; registra il disprezzo in cui i gruppi rivoluzionari eterosessuali tenevano gli omosessuali; e fa notare che quelle stesse formule convivono con leggi antiomosessuali severissime a Mosca, a Pechino e all’Avana. Il materiale americano arriva in Italia già pieno di crepe, e lei le crepe non le copre.
La prima seduta, a Milano
Nell’intervista del 1973 dice una cosa che vale la pena registrare: che la prima riunione dei giovani che avrebbero dato vita al movimento si tenne a casa sua. «Sono molto orgogliosa della fiducia che mi avete dimostrato venendo qui in questa casa a Milano a fare la vostra prima seduta.» È la sua testimonianza, resa a due anni di distanza e davanti a chi c’era; vale come tale, e andrà riscontrata con le altre memorie di quei mesi.
Già quella sera, racconta, si erano visti i due canali che «minacciosamente si profilavano»: uno attento all’omosessuale come persona, l’altro alla lotta di classe. Dirà che la parola rivoluzionario spetta a tutti e due — e che la lotta di classe le pare però «un mezzo, una metodologia antiquata e ormai rozza».
Perché l’ha fatto
Alfredo Cohen gliene chiede ragione e definisce la sua una vita passata controcorrente. Lei rifiuta la parola, con una precisione che dice molto di come ragiona: «non vorrei neanche pronunciare la parola controcorrente, perché “contro” è già qualcosa che indica uno stato di lotta, quasi fisica, che sicuramente è fuori dalle mie intenzioni». Si descrive invece come libertaria, mossa da una sola cosa, sciogliere le repressioni — «le repressioni sessuali, le repressioni sociali, le repressioni politiche, di qualsiasi genere» — e si dice «avida di libertà».
Al giornale, aggiunge, partecipa intellettualmente e fino in fondo pur non essendo omosessuale; e la repressione, osserva, l’ha conosciuta anche da eterosessuale: «prima con le intimidazioni paterne, poi con le lacrime materne, poi con la gelosia-possesso coniugale». Non è una formula di cortesia verso gli intervistatori. È il punto da cui si riconosce qualcuno in una condizione che non è la propria.
«A chi la scrivi tu una poesia d’amore?»
Nel mezzo dell’intervista Pezzana la porta su Ginsberg, e lei racconta un episodio piccolo e decisivo. Una volta, discutendo, gli aveva fatto quella che chiama una domanda molto ingenua: «In questo modo non puoi scrivere una poesia d’amore. A chi la scrivi tu una poesia d’amore?». Ginsberg le aveva risposto: «Ma come, non c’è poesia in cui io non abbia parlato del mio amore per Peter».
Peter è Peter Orlovsky, il compagno di Ginsberg. Pivano ne parla come di «una delle grandi coppie storiche, uno dei grandi amori storici del mondo letterario di tutti i tempi», e racconta la fattoria di Cherry Valley, e che quando si cerca Ginsberg e non si sa dove sia, è a Peter che si telefona, perché Peter lo sa sempre. Vale la pena fermarsi un momento su questo: su un giornale italiano del 1973, l’omosessualità di due poeti viene raccontata non come un dato anagrafico da rivendicare, ma come la materia stessa di cui la loro poesia è fatta.
La rottura: la parola amore
Sul numero 7, gennaio-febbraio 1973, «Fuori!» pubblica «Lunga storia con la Nanda», l’intervista di Angelo Pezzana e Alfredo Cohen, distribuita sulle pagine 8, 9 e 12. È lì dentro che Pivano annuncia di voler interrompere la sua collaborazione con la rivista, e dice perché.
«Appena ho visto che nel vostro giornale non si pronuncia più la parola amore, vi ho detto che non mi sento di collaborare con un giornale che mette la censura alla parola amore, perché allora non mi sembra più un giornale che libera dalle repressioni.»

È la stessa parola di due pagine prima, e non è un vezzo sentimentale. Quello che teme ha un nome che usa lei: fagocitamento. E lo spiega con un esempio americano. Esisteva a New York un piccolo giornale underground — crede si chiamasse «Spectator» — che pubblicava tutto quello che gli arrivava, articoli belli e brutti; poi si formò in redazione una commissione incaricata di approvare i testi; poi la commissione divenne sempre più vicina agli SDS, Students for a Democratic Society, la maggiore organizzazione studentesca della nuova sinistra americana; finché il direttore si dimise dicendo che un giornale nato come proposta di libertà ormai non pubblicava più nulla che uscisse da quella linea. Pivano precisa di non avere niente contro il programma degli SDS. Il punto non è quale linea: è che ci sia una linea.
Il timore, in Italia, è lo stesso: che «Fuori!», nato per liberare dalla repressione antiomosessuale, finisca a sua volta per stabilire che cosa si può nominare. «Nel momento che si stabilisce un certo razzismo, io non ci sto più.»
Non se ne va sbattendo la porta. Poche righe prima aveva detto che qualsiasi movimento di liberazione «ha da essere accolto con le braccia spalancate e bruciando incensi». E si congeda senza attribuirsi nulla: «non sono né una persona politica, né un’organizzatrice, né un leader, né niente. Sono solo una che ha fatto delle proposte, che ha sentito queste cose: non le ho neanche inventate, queste cose. Però le ho capite; le ho capite e ci ho sperato moltissimo».
Che cosa resta
La vicenda dura tredici mesi e sta in quattro documenti. È poco, a contarla. Ma in quei tredici mesi una delle persone più note della cultura italiana mette la propria firma accanto a un giornale che quasi nessuno voleva toccare, e poi la ritira spiegando pubblicamente il motivo. I due gesti si leggono insieme: il secondo non smentisce il primo, gli chiede di restare quello che era. C’è un momento, nell’intervista, in cui Cohen comincia una domanda con «proprio perché tu sei Fernanda Pivano…» e lei lo interrompe: «One of them…». Cohen ribatte: «Bisognerebbe dire the one…». Quello scambio di tre battute è la vicenda intera — qualcuno che vale molto, in un posto dove nessuno ancora vale niente, e che si rifiuta di pesare più degli altri.
Negli anni successivi Pivano torna spesso sull’argomento: dalle colonne di molte testate — fra queste il «Corriere della Sera» — pubblica articoli e commenti in difesa dei diritti degli omosessuali, battendosi contro i pregiudizi e per un’emancipazione sociale della diversità.
Fonti: «Fuori!», n. 0, dicembre 1971, p. 19, e n. 1, giugno 1972, p. 14 (stesso testo); n. 2, luglio-agosto 1972, p. 13; n. 3, settembre 1972, p. 11; n. 7, gennaio-febbraio 1973, pp. 8-9 e 12. Trascrizioni integrali condotte sugli originali e consultabili in archivio.
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Come citare
Le Radici dell’Orgoglio, «La pagina di Nanda», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/la-pagina-di-nanda/ (consultato il gg/mm/aaaa).
Materiali di approfondimento
I documenti, le persone e le altre ricostruzioni che l’archivio collega a questa vicenda.