I balletti verdi di Brescia
Il paese chiese i nomi, e i giornali li fecero
Nell’autunno del 1960, per qualche settimana, l’Italia si convince che a Brescia agisca una centrale del vizio con ramificazioni in mezzo paese e nomi illustri da svelare. Quando il processo finisce, quattro anni dopo, gli imputati sono operai, studenti, camerieri e parrucchieri, e metà vengono assolti.
La vicenda nasce nel maggio 1960 dalla denuncia di un padre di famiglia bresciano, insospettito dal denaro che gira nelle tasche del figlio: affrontandolo scopre che si prostituisce. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, fa il nome di un cliente, un fruttivendolo, che viene fermato. Da lì le indagini si allargano. Le conduce il nucleo di polizia giudiziaria comandato dal capitano Siani; l’istruttoria è affidata al procuratore della Repubblica Giovanni Arcai e al pubblico ministero Enzo Giannini.
Per mesi non se ne sa nulla fuori da Brescia, dove però in città se ne parla già, e non a bassa voce. Il silenzio coincide con le Olimpiadi di Roma, che si svolgono fra il 25 agosto e l’11 settembre: l’Italia offre al mondo un volto moderno e dinamico, e tutto ciò che stona con quell’immagine viene provvisoriamente ramazzato sotto il tappeto.
La “bomba” esplode il 5 ottobre, a riflettori spenti, con due articoli: uno molto castigato sul «Giornale di Brescia», vicino alla curia, l’altro sull’«Unità», che scrive di divi della televisione, industriali ed esponenti del clero finiti nelle indagini.
Il giorno dopo il caso è su tutti i quotidiani nazionali, già con il nome che gli resterà: «balletti verdi». La formula l’avevano usata gli stessi carabinieri, prendendola in prestito dai «balletti rosa» di uno scandalo francese dell’anno prima; il verde perché, fin dall’Inghilterra dell’Ottocento, era il colore associato agli omosessuali.
I numeri che circolano sono grossi: una sessantina di denunce a piede libero e un elenco di oltre cento testimoni. I fatti si sarebbero svolti in affittacamere e pensioni compiacenti, in qualche locale pubblico e soprattutto in una casa isolata del borgo di Castelmella, raccontata dai giornali come una prestigiosa villa di campagna e rivelatasi poi una cascina male in arnese, dove il proprietario, mandati a letto i genitori, ospitava gli amici.
Le persone che restano impigliate in quella che somiglia più a una pesca a strascico negli ambienti omosessuali che a un’inchiesta sono operai, studenti, parrucchieri, piccoli commercianti, insegnanti, artisti e albergatori. Ma non è questo che il paese legge sui giornali.
Perché la vera particolarità dei “balletti verdi” è che la stampa e l’opinione pubblica non si limitano ad alludere: fanno circolare nomi. Finiscono nelle chiacchiere Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri, Aldo Fabrizi, Paolo Carlini, il coreografo Paul Steffen. Soprattutto finisce Mike Bongiorno, l’uomo di Lascia o raddoppia?, costretto a querelare i giornali che pubblicano il suo nome e a dichiarare pubblicamente la propria estraneità. Massimo Consoli, allora studente, ricorderà che bastò aver mostrato ai compagni di scuola una lettera ricevuta dal presentatore per diventare bersaglio delle loro battute: «In quella circostanza ho scoperto che bastava conoscere Tizio o Caio e si poteva essere accusati come niente di qualcosa».
Un cronista scrive, a proposito dei tentativi del capitano Siani di smentire il coinvolgimento di personaggi noti, che in tutti i bar della città quei nomi corrono già su tutte le bocche, e conclude: «c’è una sola cosa da fare: fuori i nomi!». Il 13 ottobre il vescovo Giacinto Tredici diffonde una nota per escludere che fra i denunciati vi siano sacerdoti – un’excusatio non petita. Un altro indagato, soprannominato «Elisa», si presenta spontaneamente in caserma per avvertire i carabinieri che se intendono far pagare il conto solo ai pesci piccoli, lui ha amici potenti e molto compromessi, e al momento buono farà i nomi.

Gli arresti arrivano soprattutto per reticenza e falsa testimonianza: il 20 ottobre l’avvocato Giuseppe Roseghini e il cameriere Giovanni Assolini, che resteranno dentro più di due settimane; il 31 ottobre il cameriere Angelo Valentini, detto «Ti dirò», e l’ex maggiordomo Eugenio Mura; il 14 novembre Arturo Nember, detto «Manon», indicato come uno degli organizzatori dei ritrovi di Castelmella.
Nel gennaio 1961 Arcai e Giannini vanno a Roma per verificare i collegamenti con le inchieste della capitale. Fra i convocati c’è Giò Stajano, ascoltato per ben due volte in qualità di «esperto di omosessualità» e perché il suo nome ricorre nelle agendine degli indagati. Finito il primo interrogatorio, durato cinque ore, si ferma a parlare con i giornalisti, si dichiara spiacente di non essere stato di alcuna utilità e li invita per il giorno dopo in un ristorante cinese, dove presenterà il suo nuovo romanzo.
Con l’istruttoria si fa strada una novità giuridica: per la prima volta si parla di applicare la legge Merlin, approvata nel 1958 per chiudere le case di tolleranza, a persone di sesso maschile.
Il processo si apre a Brescia il 25 novembre 1963. Il corrispondente de «La Stampa» annota che una vicenda annunciata come un grande scandalo capace di travolgere personalità in vista finisce per avere come protagonisti «gente di nessun rilievo, giovani di modeste condizioni». Gli imputati sono trentadue; la posizione dell’ex onorevole Vincenzo Cicerone viene stralciata per vizio procedurale già alla prima udienza. La difesa tenta di far dichiarare incostituzionale un procedimento costruito sulla legge Merlin, e la richiesta viene respinta.
Giò Stajano, convocato come teste, si presenta in aula facendo la maglia, con un cappotto elegante e una grossa spilla al colletto, e dichiara ai giornalisti che Brescia gli è parsa una città alquanto insipida.
Il 28 gennaio 1964, dopo quattordici ore di camera di consiglio, arriva la sentenza: sedici condannati a pene risibili e quindici assolti.
Resta il metodo. Il vero scandalo, agli occhi degli inquirenti, dei giornalisti e dell’opinione pubblica, non erano i giri di prostituzione – che pure c’erano – ma l’omosessualità in sé, che grazie all’inchiesta affiorava e si rendeva visibile.
Quello che impressionò il paese fu l’idea che il fenomeno avesse dimensioni enormi e che molte delle persone coinvolte fossero insospettabili: da quel momento in poi, chiunque poteva essere omosessuale. La “Leonessa d’Italia” porterà a lungo il marchio, e nei mesi successivi la stampa inventerà «balletti verdi» a Milano, Verona, Lecco, Napoli, Torino, Genova, Venezia e perfino in Svizzera.
Nove anni dopo la formula tornerà utile a Viareggio, per il caso Lavorini.
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Come citare
Le Radici dell’Orgoglio, «I balletti verdi di Brescia», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/i-balletti-verdi-di-brescia/ (consultato il gg/mm/aaaa).
Materiali di approfondimento
I documenti, le persone e le altre ricostruzioni che l’archivio collega a questa vicenda.