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Le Radici dell'Orgoglio

L’omicidio di Ermanno Lavorini

L’omicidio di Ermanno Lavorini

Due uomini innocenti morirono per uno scandalo che non era mai esistito

Vicende

Per sei anni l’Italia ha creduto che Ermanno Lavorini fosse morto in un festino di omosessuali. Gli atti del processo dicono un’altra cosa: a ucciderlo furono tre ragazzi di un gruppo neofascista, e i «balletti verdi della Versilia» non erano mai esistiti.

Il pomeriggio di venerdì 31 gennaio 1969, dopo pranzo, Ermanno Lavorini chiede ai genitori di uscire in bicicletta con gli amici: vuole vedere i carri che due giorni dopo sfileranno al Carnevale di Viareggio. Ha dodici anni, è biondo, dimostra meno della sua età. Promette di rientrare entro le quattro del pomeriggio per fare i compiti. La famiglia è benestante e nota in città: il padre, Armando, e la madre, Lucia Broglia, hanno un grande negozio di tessuti all’angolo fra via Fratti e via Verdi, e l’appartamento è sopra il negozio.

Alle 17.40 nel negozio squilla il telefono. Risponde Marinella, la sorella maggiore. Una voce d’uomo senza inflessioni forestiere dice che Ermanno resta a cena e che il padre deve preparare quindici milioni e non avvertire la polizia. La telefonata promessa dopo cena non arriverà mai. È la prima volta che in Italia viene rapito un bambino, e la notizia occupa giornali, radio e televisione per settimane, con aggiornamenti anche tre volte al giorno.

Le ricerche sono imponenti e sterili. Viene offerta una taglia di dieci milioni, arrivano cinquecento fra agenti, carabinieri, vigili urbani e vigili del fuoco a setacciare la città e le pinete, quaranta sommozzatori scandagliano il lago di Massaciuccoli. Nei primi quaranta giorni giungono più di settecento lettere fra millantatori, veggenti e radioestesisti. Dall’Olanda arriva perfino il sensitivo Gerard Croiset. La bicicletta di Ermanno, l’Aquila Rossa, viene ritrovata chiusa a chiave nella piazza del Luna Park, a poche decine di metri dal commissariato.

Fra le ipotesi degli inquirenti ne compare presto una che la stampa raccoglie immediatamente. Ermanno è stato visto nei pressi della pineta, che da quando le prostitute si sono spostate sui viali è diventata luogo di incontri omosessuali. Si comincia a convocare in caserma gli omosessuali della zona noti alle forze dell’ordine. La pista non nasce da un indizio: nasce da un’idea di come dovrebbero essere andate le cose.

Il 9 marzo un maresciallo dell’aeronautica, Renato Tofanelli, uscito a fare una passeggiata con il cane sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, a una decina di chilometri da Viareggio, trova il corpo sepolto a pochi centimetri nella sabbia. L’autopsia accerta che Ermanno è stato ucciso con due forti colpi, al volto e alla nuca, poche ore dopo la scomparsa. Non vengono riscontrate tracce di violenza sessuale.

Un mese dopo i carabinieri fermano Marco Baldisseri, sedici anni, segnalato per piccoli furti e noto per frequentare la pineta in cambio di duemila lire. Il 20 aprile confessa l’omicidio, poi corregge la confessione, poi la cambia di nuovo. Entra nelle indagini anche Andrea Benedetti, tredici anni, che ai giornalisti dirà di non aver mai pensato di parlare, perché «Ermanno era morto: anche se fosse stato fatto sapere, ai Lavorini, non resuscitava mica». Poi arriva Rodolfo Della Latta, detto Foffo, diciannove anni, di mestiere necroforo. È la sua versione a far nascere il mostro: Ermanno sarebbe stato attirato in un appartamento, denudato e indotto a rapporti sessuali con degli adulti, morto durante il tentativo di calmarlo.

L’adulto che le accuse dei ragazzi colpiscono è Adolfo Meciani, quarantadue anni, proprietario dello stabilimento balneare La Pace, elegante, sposato, con un figlio di un anno e mezzo. Un uomo stimato, con un solo dettaglio tenuto gelosamente segreto e noto ai ragazzi della pineta: è omosessuale. Quando viene portato in carcere la folla tenta il linciaggio. In isolamento rinuncia all’ora d’aria e smette di parlare; il 9 maggio si impicca con una corda ricavata dal lenzuolo. Resta in coma quarantasette giorni e muore il 24 giugno 1969. «È morto un colpevole o un innocente?», si chiede quel giorno il «Corriere d’Informazione».

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Non è l’unica vittima collaterale. Giuseppe Zacconi, anche lui accusato dai ragazzi e poi scagionato, muore il 3 luglio a cinquantasette anni: i giornali scrivono «crepacuore». Enzo Biagi aveva già preparato per I misteri d’Italia uno speciale intitolato Viareggio: le vittime del caso Lavorini, che va in onda il giorno dopo.

Intanto la stampa ha battezzato la vicenda «i balletti verdi della Versilia», riprendendo lo scandalo bresciano di nove anni prima. I ragazzi continuano a fare nomi a vanvera: arrivano a coinvolgere il sindaco di Viareggio, l’avvocato Renato Berchielli, e il presidente dell’Azienda autonoma di soggiorno Ferruccio Martinotti, entrambi socialisti, che si dimettono per potersi difendere. È a quel punto che la bolla comincia a sgonfiarsi.

Il giudice istruttore Mazzocchi è l’unico, in quella storia, a sospettare che gli omosessuali non c’entrino nulla e che siano stati tirati dentro per inquinare le indagini. Fa mettere sotto sorveglianza i tre ragazzi e registra le loro conversazioni. In una di queste Baldisseri parla di riunioni in cui si era deciso di organizzare un rapimento a scopo di estorsione, per comprare esplosivo con il denaro del riscatto.

Nelle carte entra Pietro Vangioni, vent’anni, segretario viareggino del Fronte monarchico giovanile, una formazione neofascista. Baldisseri ne è il tesoriere; affiliati risultano anche Della Latta e altri ragazzi della cosiddetta «banda dei motorini».

Il processo di primo grado si apre davanti alla Corte d’Assise di Pisa nel gennaio 1975, sei anni dopo l’omicidio. La sentenza, il 6 marzo, condanna Baldisseri a diciannove anni e Della Latta a quindici anni e quattro mesi, per omicidio preterintenzionale, sequestro e occultamento di cadavere – e per le gravi calunnie contro Adolfo Meciani, riconosciuto totalmente estraneo ai fatti. Benedetti, che all’epoca aveva tredici anni, non è imputato. Vangioni viene assolto per insufficienza di prove: la Corte rifiuta le registrazioni come prova e non tiene conto dell’impianto eversivo ricostruito da Mazzocchi.

La vicenda viene così riconsegnata «al mondo torbido della pineta».

Sarà il processo d’appello, l’anno successivo, ad ammettere le registrazioni e con esse il movente politico, condannando anche Vangioni a nove anni. Un anno più tardi la Cassazione conferma, chiudendo dopo quasi nove anni il caso Lavorini.

Resta il danno che nessuna sentenza ha riparato. Per troppo tempo questa è rimasta nella memoria degli italiani una storia di orchi omosessuali e di bambini sacrificati alla loro lussuria – e l’ambiguità della prima sentenza non ha aiutato a correggerla.

Nei mesi del massimo clamore, intanto, la pressione sulle persone omosessuali era aumentata ovunque: il 26 maggio 1969 «La Nazione» raccontava che la polizia aveva dichiarato «guerra» agli omosessuali di Firenze, «non ultime» per le ragioni emerse dalle indagini di Viareggio, con diciotto persone condotte in questura.

Dell’idea stessa di orco aveva già scritto Pier Paolo Pasolini nella sua rubrica Il Caos: il piccolo borghese che cerca i mostri, e che resta regolarmente con un palmo di naso quando non fa in tempo a linciarli prima, è in realtà lui, il mostriciattolo.

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Come citare

Le Radici dell’Orgoglio, «L’omicidio di Ermanno Lavorini», leradicidellorgoglio.it, https://leradicidellorgoglio.it/le-storie/lomicidio-di-ermanno-lavorini/ (consultato il gg/mm/aaaa).

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