
Teorico, attivista e performer, fra le voci più radicali del movimento omosessuale italiano
Mario Mieli nasce a Milano il 21 maggio 1952, penultimo di sette figli. Il padre, Walter Mieli, ebreo originario di Alessandria d’Egitto, è un industriale del settore dei filati; la madre, Liderica Salina, milanese, insegna lingue. La famiglia vive a Como e si trasferisce a Milano nel 1968.
Frequenta il liceo classico Parini, istituto pubblico, e lì fa una cosa che nel 1968 quasi nessuno fa: a sedici anni dichiara la propria omosessualità ai compagni di classe, all’intero istituto e ai professori. Ne scriverà anni dopo da Londra, in una lettera all’amica Daniela Goldoni del 12 novembre 1971: «Erano i primi anni che iniziavo a capire qualcosa di politica. I primi anni che avevo avuto il coraggio di svelare la mia culatonaggine».
Nel 1970, a diciott’anni, frequenta i pochi locali omosessuali di Milano — il Rick’s Bar di via Fieno, il Saint Andrew’s di via della Cupa, il Santa Tecla – e i luoghi di battuage. È in piazza San Babila, nel settembre di quell’anno, che lo nota Corrado Levi: Mario indossa un vestito lungo e una spilla di brillanti della madre.
Si diploma nel luglio del 1971 e parte quasi subito per l’Inghilterra, con il pretesto di perfezionare l’inglese. A settembre è alle riunioni del Gay Liberation Front di Londra. Il 25 settembre partecipa alla contestazione a Trafalgar Square del Nationwide Festival of Lights, una manifestazione organizzata da Peter e Janet Hill, Mary Whitehouse, Malcolm Muggeridge, Lord Longford e il cantante Cliff Richard per «opporsi alla diffusione di contenuti espliciti, sessuali e violenti nei mass media e promuovere i valori della morale cristiana conservatrice, chiedendo una riforma delle leggi sulla censura e sulla pubblica decenza».
Sessanta attivisti del GLF inglese contro centomila cattolici reazionari: l’unica manifestazione di segno contrario in tutta la città. I cartelli dicono «Solidarity from all Italian gay people» da un lato e «Culi e lesbiche d’Italia uniti nella lotta» dall’altro; davanti alle migliaia di cattolici moralizzatori il gruppo balla il can-can. La polizia carica, Mario viene pestato, il cugino Francesco Santini detto Kukki finisce in arresto. Il giorno dopo scrive a Daniela Goldoni: «Sono sconvolto e raramente ho sentito così forte in me il fervore della rivoluzione e del comunismo».
Il 5 marzo 1972, sempre da Londra e sempre a Goldoni, racconta di essersi candidato a rappresentare il GLF londinese alla contestazione che il movimento italiano sta preparando a Sanremo. Il 5 aprile è lì: giacca a fantasia floreale, foulard annodato a turbante, occhiali scuri, truccato. Distribuisce volantini, porta il cartello del Gay Liberation Front e le spillette del gruppo. È la sua prima apparizione nella storia del movimento italiano, e ha solo diciannove anni.
Nello stesso mese rientra in Italia per iscriversi a lettere e filosofia alla Statale di Milano. Il 24 aprile scrive ad Angelo Pezzana alla vigilia della prima riunione del collettivo milanese: «Come andrà? Bisogna comunque mantenere la calma: se non riusciamo a trovare un accordo, un compromesso fra noi, non faremo che il gioco del sistema». La riunione si tiene il 27 aprile, e Mario, malgrado l’età, vi assume subito un ruolo di guida.
D’intesa con Corrado Levi, porta nel gruppo una pratica che il femminismo ha già sperimentato e che il movimento omosessuale italiano non conosce: l’autocoscienza. Diventerà il tratto distintivo del collettivo di Milano, descritto nel documento collettivo Metodo e contenuti delle prime riunioni del gruppo Fuori! di Milano, pubblicato sul numero 3 della rivista.
La sua posizione politica è netta e scomoda su entrambi i fronti. È un marxista rivoluzionario convinto, ma non accetta l’idea che gli omosessuali debbano attendere la vittoria del proletariato per vedere riconosciuti i propri bisogni: la rivoluzione, per lui, deve farsi carico della liberazione di tutte le sessualità. Al tempo stesso non ama il Movimento studentesco, che giudica gretto e chiuso sul tema, e non risparmia critiche al machismo dei compagni. Nel settembre 1972 firma sul numero 3 di «Fuori!» il saggio Per la critica della questione omosessuale, dove indica al giornale il compito di cogliere «il nesso causale e di interazione esistente tra l’oppressione della donna e della sessualità da una parte, e la società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo dall’altra».
Fra il luglio e l’agosto del 1972 il suo indirizzo milanese, via Marco de’ Marchi 3, è uno dei tre recapiti del movimento pubblicati nella rubrica Soccorso Verde di «Fuori!». Il 24 settembre rappresenta, assieme a Marc De Pasquali e Corrado Levi, il collettivo milanese alla riunione nazionale degli omosessuali di Torino, il primo incontro nazionale del movimento. Tre giorni dopo scrive di nuovo a Pezzana, e il tono è quello di un ventenne che non ha pazienza: «Ieri alla riunione di Fuori! non ho potuto fare a meno di scontrarmi con Cicogna, malgrado tutta la diplomazia e la mia bravura di “notaio”».
Una precisazione è necessaria, perché la si trova sbagliata quasi ovunque. Mieli viene spesso indicato fra i fondatori del Fuori! nel 1971. I documenti dicono altro: nell’estate del 1971 è a Londra, il nome del movimento si sceglie con ongni probabilità in luglio a Milano, a casa di Fernanda Pivano, e l’acronimo lo inventa Luigi Cannillo. La prima apparizione di Mieli nel movimento italiano è del 5 aprile 1972. Fondatore del collettivo milanese e fra i primi redattori della rivista, sì; tra i fondatore del Fuori!, no.
Nel 1974, quando il Fuori! si federa con il Partito radicale, Mieli non segue la scelta di Pezzana: la svolta istituzionale è esattamente ciò che la sua idea di liberazione rifiuta, e la sua strada prosegue prima nel collettivo Fuori! non federato, poi, nella primavera del 1976, nella fondazione dei COM, i Collettivi omosessuali milanesi, che, malgrado le resistenze degli altri militanti nei confronti dei “compagni omosessuali”, si riconoscono nella controcultura e nell’area dell’Autonomia.
Gli anni tra il 1974 e il 1976 per Mario sono purtroppo difficili dal punto di vista della salute mentale, anche per l’uso smodato di sostanze stupefacenti, che egli considera uno strumento politico e filosofico per scardinare la “normalità”: nel dicembre del 1974 una crisi lo porta al ricovero a Londra e poi, per un mese, in una clinica psichiatrica a Milano.
Ciononostante, il 27 febbraio 1976 si laurea in filosofia morale con lode, relatore Franco Fergnani. La tesi diventa un libro: Elementi di critica omosessuale, pubblicato da Einaudi nel 1977. È il testo che fa di Mieli un autore e un teorico del movimento, non soltanto un militante. Tiene insieme marxismo e psicoanalisi freudiana sulla scia di Marcuse, muove dall’idea che il desiderio umano sia in origine indistinto e che la divisione netta fra eterosessualità e omosessualità sia una costruzione sociale, e arriva alla prospettiva di un «gaio comunismo» in cui la liberazione dei corpi non sia un capitolo successivo alla rivoluzione, ma la rivoluzione stessa. La ricezione è stata ampia e mai pacifica: le pagine sulla sessualità infantile hanno alimentato polemiche e attacchi strumentali all’autore, che proseguono ancora oggi.
Negli stessi anni lavora in teatro. Fra il 1976 e il 1977 porta in scena La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo… ebbene sì!, ed è fra i fondatori di collettivi teatrali, tra cui Nostra signora dei fiori. Al Festival del proletariato giovanile del Parco Lambro, nel 1976, lancia lo slogan che gli resterà attaccato: «Lotta dura, contronatura!».
Mario Mieli muore a Milano il 12 marzo 1983, poche settimane prima di compiere trentun anni, togliendosi la vita. Elementi di critica omosessuale è intanto uscito in spagnolo per Anagrama nel 1979 e in inglese per Gay Men’s Press nel 1980.
Il risveglio dei faraoni romanzo autobiografico a cui ha lavorato a lungo e in modo travagliato, uscirà postumo solo nel 1994, a causa dell’opposizione della famiglia alla pubblicazione. Feltrinelli ha ripubblicato Elementi nel 2002 e di nuovo nel 2017, con l’introduzione di Massimo Prearo e la prefazione di Tim Dean; nello stesso anno Pluto Press ne ha pubblicato una nuova traduzione inglese, Towards a Gay Communism.
Le lettere di Mario Mieli citate in questa scheda sono conservate presso la Fondazione Angelo Pezzana – FUORI! di Torino, tranne quelle a Daniela Goldoni, raccolte nel corso della nostra ricerca. Per gli anni successivi al 1972 la fonte principale è la voce di Laura Schettini nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani, 2015).